Il contadino che ha un data center (sulla carta)
Data pubblicazione: 22 settembre 2026
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In Italia c'è chi ha già capito la lezione che Draghi sta ancora spiegando all'Europa: nella corsa all'intelligenza artificiale, vince chi controlla l'infrastruttura fisica — non chi ha il modello più bravo.
La lettera di Mario Draghi sul Financial Times e il nuovo think tank The Rhine Group, co-fondato con il CEO di Stripe, hanno messo a fuoco una tesi precisa: i modelli di intelligenza artificiale diventeranno una commodity, e il vero vantaggio competitivo si sposta su chi controlla dati e infrastruttura.
Una tesi elegante, ma finora un po' teorica.
Poi ho ascoltato un'intervista a Renato Mazzoncini, CEO di A2A, e ho trovato la stessa tesi raccontata con i piedi per terra — anzi, in questo caso, letteralmente sotto terra, dentro le reti elettriche e le condutture del teleriscaldamento. Vale la pena raccontare questo caso tutto italiano, molto meno astratto di quanto sembri.
La bolla nascosta dei data center italiani
Il dato di apertura, detto senza mezzi termini dallo stesso Mazzoncini: la domanda di data center in Italia in questo momento è "indubbiamente una mega-bolla". I numeri spiegano perché: si parla di richieste di connessione per 90 giga di potenza — mentre tutta l'Italia, messa insieme, funziona con circa 55 giga. La domanda reale, stimata dallo stesso Mazzoncini, è molto più piccola: tra 2,5 e 4,5 giga, un livello che posizionerebbe comunque l'Italia nella media europea.
Il meccanismo che genera questa bolla è quasi comico, se non fosse reale: Terna (il gestore della rete elettrica italiana) è obbligata per legge a fornire un preventivo a chiunque lo richieda.
Risultato: un contadino con un terreno può chiedere un allacciamento da 100 megawatt (la potenza di una città come Mantova), pagare 2-3mila euro di preventivo, ottenere sulla carta la disponibilità teorica — magari tra 10-13 anni — e a quel punto provare a vendere il terreno come "progetto data center pronto".
Il contadino, dice Mazzoncini, non svilupperà mai davvero quel data center. Ma il progetto, sulla carta, esiste.
Per dare un metro di paragone reale: oggi in Italia esistono circa 180 data center per soli 600 megawatt totali — impianti piccolissimi, in media 3 megawatt l'uno. A Dubai, nello stesso periodo, si costruiva un singolo data center da 1.000 megawatt — più della somma di tutti quelli italiani insieme.
Chi ha l'energia comanda — ma non solo per il prezzo
Un dato che smentisce una narrazione comune: nel pieno del caro-energia, nel 2024, l'Italia è diventata il quarto paese al mondo per export ($660 miliardi, in crescita dai $630 miliardi precedenti) — dietro solo a Stati Uniti, Cina e Germania, davanti a Corea del Sud e Giappone. La lezione che ne trae Mazzoncini: la competitività dipende da tanti ingredienti, e il prezzo dell'energia — pur importante — non è necessariamente il più decisivo.
Sul futuro, la sua previsione è che le rinnovabili tenderanno a livellare i prezzi energetici nel mondo (stima: 60-70 euro/MWh ovunque), perché un pannello solare costa uguale dovunque lo installi — a differenza dei combustibili fossili, dove conta chi li ha "in casa". Gli Stati Uniti restano avvantaggiati su un fronte specifico: sono l'unico grande paese sia esportatore netto di energia sia potenza industriale — i paesi del Golfo esportano energia ma non competono industrialmente.
Sul lato reti, un dato che riguarda direttamente le tasche degli italiani: il costo della rete elettrica in bolletta in Italia è di circa 9 euro/MWh, contro i 41 euro/MWh della Germania. C'è quindi ampio spazio per investire in infrastruttura senza pesare troppo sulle bollette, perché gli investimenti vengono ripagati in vent'anni.
Il vero collo di bottiglia italiano, spiega Mazzoncini, non è nord-sud in senso geografico ma di rete: i collegamenti elettrici tra nord e sud Italia sono di soli 5 giga — la metà di quelli che collegano il nord Italia con Francia, Svizzera, Austria e Slovenia insieme. Il paradosso: il nord Italia è più connesso all'estero che a Brindisi. E la produzione rinnovabile (sole e vento) si concentra proprio al sud — le Alpi, straordinarie per l'idroelettrico, fanno da barriera al vento per tutta la pianura padana.
Il vantaggio fisico che nessun modello può copiare
Qui arriva il pezzo più originale dell'intervista. A2A ha trasformato quello che sembrava il problema più grande dei data center — il consumo d'acqua ed energia per il raffreddamento — in un vantaggio competitivo, grazie al teleriscaldamento: il calore di scarto dei server, invece di essere disperso, viene recuperato per riscaldare abitazioni. Solo a Milano, stima Mazzoncini, si potrebbero scaldare l'equivalente di 300mila appartamenti con il calore recuperato dai data center — riducendo a zero il consumo d'acqua per il raffreddamento nello stesso processo.
A2A ha destinato circa 2 miliardi di euro (dentro un piano di investimenti complessivo da 23 miliardi) all'obiettivo di costruire il 10% della flotta italiana di data center — puntando non sulla scala, ma sulla sostenibilità e sulla velocità: avendo già le connessioni ad alta tensione e le reti di teleriscaldamento, A2A può ridurre drasticamente i tempi di sviluppo rispetto a chi parte da zero e deve attendere anni la coda di Terna.
Il quadro più ampio: un report presentato con The European House Ambrosetti a Cernobbio ("Investire per competere") stima un fabbisogno di investimenti infrastrutturali italiani per circa 300 miliardi di euro entro il 2035 (30-35 miliardi l'anno) e 800 miliardi entro il 2050 — per sostenere lo slancio lasciato dal PNRR, di cui Ambrosetti stima che senza quel piano l'Italia sarebbe già in recessione.
In conclusione
Draghi racconta questa storia a livello di policy europea: l'Europa non vincerà la corsa ai modelli, ma può vincere quella sui dati. A2A, con Mazzoncini, la mostra a livello fisico, quasi tangibile: reti elettriche, teleriscaldamento, connessioni alta tensione — cose che non si scaricano da internet e non si copiano con un modello open-weight.
Forse la domanda utile, per chi guarda ai mercati, non è più solo "quale azienda ha l'AI migliore", ma "chi controlla i pezzi fisici e informativi senza i quali quell'AI non può nemmeno funzionare". Non è un consiglio su singoli titoli — è un cambio di lente che vale la pena tenere a portata di mano.
Fonte: intervista "LEADERS: Renato Mazzoncini CEO A2A" (Morning Finance, Silvia Berzoni), Black Box, Chora Media, 17 settembre 2026. Guarda l'intervista integrale.
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